Con il termine “epatite” si indica un processo infiammatorio a carico del fegato che può avere carattere acuto o cronico e che si manifesta con disturbi più o meno gravi della funzionalità epatica. La sua origine può essere infettiva (virus, batteri, macroparassiti…), tossica (dovuta ad agenti chimici, farmaci) o idiopatica (autoimmune).

L’epatite C, dovuta all’infezione da HCV (Hepatitis C Virus), è attualmente la più frequente causa di epatite cronica, di cirrosi epatica e di tumore al fegato nel mondo. Questo perché l’infezione è diffusa ovunque e asintomatica in due terzi dei contagi. Se presenti, i sintomi sono gli stessi delle altre epatiti. Il periodo d’incubazione del virus varia tra i 14 giorni e i tre mesi. Raramente si osserva la forma fulminante (0,1 per cento dei casi).

Il virus dell’epatite C è stato identificato nel 1989. L’esistenza di un virus dell’epatite diverso da A e B era stata in realtà supposta sin dal 1975 ma, a causa della sua difficile identificazione, la malattia provocata dall’agente patogeno veniva definita come “epatite nonA-nonB”. L’HCV appartiene alla famiglia dei Flaviviridae, che comprende anche i virus della dengue e della febbre gialla. Consiste in un singolo filamento di Rna all’interno di una capsula proteica. I geni sul filamento di Rna codificano per la sintesi di una sola lunga proteina (poliproteina), che si frammenta successivamente in proteine più piccole. Alcune di queste formano la struttura e l’involucro del virus, altre aiutano il virus a copiare se stesso, cioè a replicarsi all’interno della cellula ospite.

Poiché è estremamente difficile far crescere il virus in laboratorio, non è ancora ben chiaro come l’HCV entri nelle cellule del fegato per replicarsi. Sembra comunque che siano necessarie diverse fasi di replicazione. In particolare, quando entra in un organismo ospite, il virus riconosce la cellula bersaglio (epatocita) e, grazie alle appendici glicoproteiche di cui dispone, si lega alla sua superficie. Nella fase successiva il virus penetra attraverso la membrana cellulare. A questo punto, l’involucro proteico che contiene l’Rna del virus viene rimosso e la cellula ospite comincia a “leggere” il materiale genetico e a sintetizzare le proteine virali, dando il via al processo di infezione.


Genotipi

Per il continuo emergere di nuove varianti, l’HCV è molto simile al virus dell’immunodeficienza umana (HIV): il virus, cioè, non è stabile, ma muta con frequenza, la qual cosa rende molto difficile lo sviluppo di un vaccino specifico. Se ne conoscono finora sei tipi o “genotipi” diversi (che presentano grandi differenze a livello dell’Rna), identificati semplicemente con i numeri (1, 2, 3...). Ciascun genotipo comprende a sua volta un certo numero di sottotipi (che presentano differenze più piccole nell’Rna), identificate con le lettere dell’alfabeto (1a, 1b, 1c ecc.), per un totale di oltre 50 sottotipi. Le varianti genotipiche del virus possono causare reinfezioni in soggetti già affetti da epatite C.

I genotipi sono distribuiti in modo diverso secondo le aree geografiche. Anche nella stessa area, comunque, la distribuzione dei genotipi può variare secondo l’età o altre caratteristiche. Il genotipo 3a, per esempio, è frequente nei pazienti più giovani e nei tossicodipendenti.

I genotipi sono differenti anche per quanto riguarda la risposta alle terapie: rispetto al genotipo 1, per esempio, i genotipi 2 e 3 sono più facilmente trattabili con i farmaci anti-HCV attualmente disponibili.


Epatite C acuta

Come avviene in generale per tutte le infezioni, quando l’HCV penetra nell’organismo il sistema immunitario avvia la produzione di anticorpi. Nella maggior parte dei casi, questi non sono in grado di sconfiggere l’infezione, e le evidenze sperimentali sembrano dimostrare che sia proprio una risposta immunitaria non efficace a danneggiare il fegato.
Questa prima fase dell’infezione si dice acuta e, nella gran parte dei casi (60-70 per cento del totale), è del tutto asintomatica, per cui raramente viene diagnosticata. Nel 10-20 per cento dei casi, uno dei segnali d’allarme può essere rappresentato dalla comparsa di ittero, la tipica pigmentazione gialla della pelle e degli occhi dovuta all’accumulo di bilirubina nel sangue (il pigmento bruno che proviene dalla normale distruzione dei globuli rossi e che di solito viene metabolizzato dal fegato ed escreto con la bile).
Tra i primi segni e sintomi dell’epatite acuta, i pazienti in genere riportano:

• perdita di appetito
• febbre
• dolore generalizzato
• senso di affaticamento
• nausea e vomito
• diarrea
• dolore addominale
• ittero della pelle e degli occhi

Secondo le stime fornite dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), solo il 15 per cento delle persone che vengono infettate debella spontaneamente il virus senza alcun trattamento. Nella stragrande maggioranza, invece, l’epatite da acuta diviene cronica


Epatite C cronica

Se l’infezione procede per oltre sei mesi senza miglioramenti, prende il nome di epatite cronica: i virus continuano a replicarsi, aumentando l’infiammazione e i danni al fegato, impedendo progressivamente all’organo di svolgere le sue normali funzioni: metabolizzare i nutrienti, produrre i fattori di coagulazione del sangue ed eliminare le tossine.

Anche l’epatite cronica può restare asintomatica per diversi anni, peggiorando il quadro clinico del paziente. Nel 30-40 per cento dei casi di epatite cronica, i pazienti presentano livelli normali di transaminasi (enzimi che si trovano anche nel fegato, il cui aumento può indicare un danno epatico), mentre la restante percentuale presenta valori elevati o instabili.

Uno dei principali rischi della cronicizzazione, tuttavia, è rappresentato dall’evoluzione della malattia in cirrosi epatica e tumore del fegato. I segni e sintomi dell’infezione cronica sono simili a quelli dell’epatite acuta. Ovviamente dipendono dall’entità dei danni a carico del fegato..


HIV ed epatite C

Si calcola che il 30 per cento delle persone infettate dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV) abbia contratto anche il virus dell’epatite C, percentuale che cresce fino al 90 per cento se si considerano solo i pazienti emofilici, che necessitano di frequenti trasfusioni, e i tossicodipendenti che fanno uso di droga per via endovenosa. Nelle persone coinfettate l’epatite progredisce più velocemente.

 

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