Un po’ di storia delle epatiti virali: dal mistero nonA-nonB alla scoperta del virus C.

Mentre gli agenti eziologici delle epatiti A, B e D (delta) erano noti e studiati da tempo, i virus nonA-nonB (NANB) sono rimasti a lungo nelle tenebre. Per circa 15 anni un’enorme massa di studi è stata indirizzata alla loro identificazione. Tali sforzi, per quanto intensi, sono tuttavia naufragati sistematicamente di fronte al fatto che nessuno dei numerosi virus, di volta in volta candidati, confermava di essere l’agente eziologico dell’epatite NANB. Di tutti i virus descritti come possibili responsabili dell’epatite nonA-nonB, nessuno riuscì infatti a superare i criteri (i postulati di Koch modificati da Rivers ed Evans per le malattie da virus) che permettono di affermare con certezza che un certo agente è la causa di un’altrettanto certa malattia. Inoltre vari sistemi diagnostici, proposti di volta in volta per riconoscere l’agente eziologico dell’epatite NANB, quando sottoposti a controlli rigorosi, si rivelarono incapaci di distinguere, in prove in codice, campioni di siero provenienti da pazienti sicuramente affetti da epatite nonA-nonB.

Nel 1988, finalmente, si giunse a isolare e clonare (cioè duplicare) un antigene ricombinante associato a un virus NANB trasmesso per via parenterale e denominato virus dell’epatite C o HCV. L’antigene ha quindi permesso di realizzare un test per la ricerca nel siero degli anticorpi specifici del virus. Mediante prove in codice si poté infatti dimostrare che tale antigene era in grado di rivelare anticorpi anti-HCV presenti solo nel siero di pazienti affetti da epatite nonA-nonB, ma non nel siero di pazienti affetti da altre malattie o di individui normali. Il test risultò inoltre negativo in campioni di siero prelevati precocemente a pazienti affetti da epatite acuta NANB (cioè prima della comparsa dell’anticorpo specifico), mentre campioni prelevati nelle fasi successive risultarono positivi. In ogni caso, poiché il virus C causa all’incirca l’80 per cento delle epatiti nonA-nonB, esisterebbero altri virus epatitici non ancora identificati.

La scoperta dell’HCV è un paradigma della ricerca biomedica che merita di essere descritto. I ricercatori statunitensi Daniel Bradley e Michael Houghton, dei Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta, Georgia, sono partiti da una larga quantità di plasma proveniente da uno scimpanzè infettato con plasma di un altro scimpanzè, a sua volta infettato con fattore VIII contaminato. Il plasma dello scimpanzè, contenente altissime concentrazioni del virus (era ancora infettante alla concentrazione di 1:10 milioni, cioè 10mila volte più di quanto si verifica in genere nelle epatiti nonA-nonB), è stato ultracentrifugato per estrarne tutto l’acido nucleico (RNA e DNA), nella convinzione che, accanto agli acidi nucleici provenienti dai due scimpanzè e dai soggetti da cui proveniva il fattore VIII infetto, vi si dovesse trovare anche quello del virus.

Tutto l’RNA trovato è stato trasformato in DNA per azione della trascrittasi inversa e ogni segmento di DNA così ricavato è stato riprodotto (clonato) centinaia di volte. E’ stata così ottenuta una cosiddetta libreria di cDNA (o DNA complementare). Confrontando i cloni così ottenuti con sequenze note di DNA umano e di scimpanzè, è stato individuato un segmento di acido desossiribonucleico che, non appartenendo all’uomo né allo scimpanzè, rappresentava probabilmente la fotografia genica del virus. Ma si trattava di un DNA nativo, cioè tale fin dall’origine, o piuttosto di un RNA trascritto in DNA per azione della trascrittasi inversa?

E’ stato necessario un lungo lavoro prima di poter stabilire che si trattava di RNA e che questo acido nucleico era estraneo a quello presente nel fegato degli scimpanzè normali. Studiando questo RNA, è stato possibile identificare il gene capace di codificare per la sintesi di un polipeptide, la cui ricombinazione (cioè il montaggio) è stata affidata dapprima a Escherichia coli e poi a un lievito. Grazie a tale metodo è stato possibile ottenere larghe quantità di questo polipeptide, che si è comportato da antigene ai test radioimmunologici e immunoenzimatici, legandosi ad anticorpi presenti nel siero di pazienti con epatite nonA-nonB acuta o cronica ma non presenti nel siero di soggetti normali o di pazienti affetti da epatite A o B. Il virus era così identificato, anche se è stato necessario attendere fino al 1996 per riuscire a fotografarlo.

 

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